“Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde”

A. Baricco

Non ho mai scelto un cavallo in vita mia, mi sono sempre capitati ed ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa di importante. Ho finito col persuadermi che non siamo noi a scegliere gli animali ma loro a scegliere noi… per qualche misteriosa ragione.
Un giorno mi capitò una cavalla, allora non potevo saperlo ma quella cavalla avrebbe cambiato la mia vita per sempre.
Era un piccola cavalla argentina dal mantello dun, il suo pelo era dorato e cangiante come la seta. La sua pelle finissima e sensibile al più piccolo tocco, rivelava la delicatezza della sua anima così come la sua testolina dalla linea gentile e affusolata. Era stata domata in modo violento e coercitivo, aveva una pessima idea del’uomo, del tutto giustificabile. Non voleva più essere presa, ne incapezzata ne montata. Era sua ferma intenzione tenersi a debita distanza da qualsiasi bipede le si avvicinasse. Quando entravo nel paddok con l’idea di prenderla mi lanciava un occhiata sprezzante, mi volgeva minacciosa il posteriore, sferrava un calcio all’aria e scappava galoppando il più lontano possibile.
Ci volevano ore di dissimulazione, di lusinghe ingannevoli armata di carote e mele. Quando infine con qualche goffa manovra, che aveva sempre l’aria di una trappola, riuscivo a metterle la corda al collo iniziava la sfida. Dovevo prestare attenzione ai suoi posteriori o rischiavo davvero di rompermi un ginocchio. Era velocissima, le orecchie sempre indietro in costante minaccia, la testa per aria come una bandiera, il collo teso e ogni muscolo organizzato per fuggire appena si fosse presentata l’occasione. Legata alla staccionata aveva l’aria di un condannato a morte senza giusta causa, la spazzola era una tortura e certe zone del suo corpo assolutamente off-limit anche per le più delicate carezze di cui fossi capace. Le orecchie un traguardo irraggiungibile. La pulizia dei piedi era un corpo a corpo, soprattutto i posteriori. Quando mi avvicinavo con la sella si agitava, sbuffava e raspava nervosamente a terra come un bufalo. Quando la sella era finalmente collocata c’era il problema della cinghia del sottopancia. Dovevo stringerla delicatamente e poco alla volta perché era terribilmente infastidita, spesso andava sulla difensiva appena la prendevo in mano, prima ancora che infilassi il riscontro ed effettivamente esercitasse qualsiasi pressione. Era prevenuta su tutto. Dio solo sa che razza di energumeno l’aveva maneggiata. Quando infilavo il piede nella staffa per salire, il collo si alzava rapidissimo, le orecchie si schiacciavano sulla nuca e prima ancora di avere le chiappe in sella lei aveva già percorso una decina di metri al galoppo. Se sopravvivevo a tutto questo mi aspettava, nella migliore delle ipotesi cioè se uscivo in passeggiata da sola, mezz’ora di lotta greco-romana in mezzo al bosco prima che le passasse l’idea di correre come un purosangue all’ippodromo e capisse che volevo solo far due passi con calma. Allora la vedevo rilassarsi leggermente, riuscivo persino a fumare una sigaretta! Se per disgrazia mi aggregavo ad un gruppo avevo due possibilità: o mi piazzavo davanti a tutti e li distaccavo di un centinaio di metri, oppure dovevo essere preparata a vomitare le budella per tutta la durata del trekking perché lei avrebbe solo trottato e galoppato, anche sul posto, frenata solo dal morso tirato dentro la sua povera bocca. 


Tornavamo esauste, io frustrata e lei svuotata. Non era per niente divertente torturare una povera bestia per fare una passeggiata nel bosco. Mi rendevo conto che nonostante impiegassi tutto il mio buon senso, la mia delicatezza e la mia pazienza, non era abbastanza per cambiare la sua idea di me e del lavoro con me. Mi mancavano degli strumenti, tutto ciò che sapevo sui cavalli non era sufficiente con lei, non riuscivo a comunicare, era tutto inutile. Un attimo pensavo di aver fatto un passo avanti e l’attimo dopo mi sbatteva in faccia che non era vero, che ne avevo fatti tre indietro. Avevo collezionato una serie di finimenti equestri di vario genere ostinandomi a pensare che la soluzione fosse in uno strumento e gli “amici esperti” si sprecavano nei suggerimenti più disparati. Fortunatamente il sentore che tutta quella robaccia fosse assolutamente inutile l’avevo sempre avuto perciò non ci misi molto a decidere in fine, di lasciarla in pace. Non avevo più intenzione di montarla ero pronta a rinunciare. Guardandola libera in branco vedevo una creatura tranquilla, felice e pacifica e mi sentivo un violentatore solo al pensiero di privarla di quella serenità. La osservavo standomene seduta in mezzo al paddok , nella testa un milione di domande, di idee, di possibili soluzioni. A volte quando meno te lo aspetti la vita ti manda le risposte. Grazie ad un amico che aveva problemi con la sua cavalla vidi per la prima volta applicare il metodo del Natural Horsemanship. Compresi immediatamente che quella e solo quella era la possibilità che avevo. La accolsi come un dono divino, mi ci buttai dentro completamente, studiai sui libri, frequentai i corsi e ne uscii completamente trasformata. Da subito cambiai modo di muovermi, ora sapevo dove andare, come camminare, come respirare dove dirigere il mio sguardo, parlavo la sua lingua, finalmente mi capiva! Tutto scorreva tutto si chiariva e la sua idea di me cambiava giorno dopo giorno. Nessuno strumento di coercizione ci teneva insieme, solo una longhina morbida e una leggera capezzina di corda, senza alcuna imboccatura. Il suo corpo si rilassava sotto le mie mani, i brutti ricordi lasciavano magicamente spazio a quella nuova intima conoscenza che si stava creando tra noi. Più nessuna fuga quando mi vedeva arrivare, ma solo se si trattava di me, come avesse compreso che stavo cercando di essere diversa dagli altri. In meno di dieci ore di lavoro e senza che nemmeno potessi rendermene conto la cavalla ed io eravamo in mezzo al bosco al passo con una semplice capezza, rilassate e serene… non so dire perché ma di quel pomeriggio di giugno ricordo più di ogni cosa il cinguettio degli uccelli, era come se non avessi mai potuto udirlo prima. Ho pianto per quasi tutto il tempo, le ho chiesto scusa per la mia ignoranza e ho promesso a lei e a me stessa che mai più nessun cavallo avrebbe subito ciò che aveva subito lei. Da quel momento ho iniziato ad approfondire le tecniche della comunicazione etologica coi cavalli, ho fondato una scuola per trasmettere alle persone la strada giusta per interagire con questi meravigliosi compagni di vita. Negli anni ho avuto la fortuna di conoscere tanti cavalli, di ognuno porto dentro un ricordo indelebile e ho avuto modo di curare le ferite di molti di loro. Desidero più di ogni altra cosa continuare a farlo.
Quella cavallina oggi è ancora qui con me, è una delle mie maestre più straordinarie, mi aiuta nel mio lavoro e durante i corsi insegna ai bambini a parlare la lingua dei cavalli. Il muro che è stato abbattuto tra noi due ha restituito a lei la pace e a me ha aperto la finestra di un mondo straordinario ancora tutto da scoprire che mi ha reso una persona diversa, non solo coi cavalli.
Spero di poter continuare a fare ancora del bene a tanti di loro ma per quanto io possa fare sono consapevole che non sarà mai sufficiente a ripagarli di ciò che loro hanno insegnato e continuano ogni giorno ad insegnare a me. 
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di Valentina Bonera

“Valori perduti e ritrovati”

Ci siamo seduti sulla sua schiena e ci siamo sentiti grandi. Il mondo visto da lassù offre tutto un altro scenario. Il Cavallo ci ha trasformati in centauri, semidei, creature mitiche e valorose.
Abbiamo controllato la potenza, ammaestrato l’energia, domato la velocità e ingigantito smisuratamente il nostro Ego tanto da issarci in vetta alla piramide della natura, superiori per capacità ed intelligenza a tutte le altre creature.
Sovvertitori dell’ordine naturale delle cose, ingrati, arroganti, presuntuosi e stupidi al punto da essere l’unica specie che sta volontariamente contribuendo alla propria autodistruzione e a quella dell’intero ecosistema.
In tempi remoti il Cavallo ci ha concesso la sua schiena e le sue gambe, ci ha fatto dono della sua forza, della sua pazienza, del suo coraggio…ma la sua saggezza, quella non abbiamo voluto coglierla.
Volando veloci su quell’alto trono abbiamo conquistato il mondo illudendoci di essere invincibili.
Ma se osservassimo davvero i cavalli ci accorgeremmo che ci siamo persi qualcosa di straordinario.
La calma, il senso di giustizia, il rispetto dell’altro e del mondo in cui abitano, la serena dignità che li accompagna durante la loro esistenza e nelle loro scelte finalizzate al bene comune. Tutte queste qualità straordinarie che ci mostrano non le abbiamo volute vedere. Abbiamo preso da questo straordinario animale solo ciò che ci faceva comodo, ciò che nutriva le nostre ambizioni e ci conferiva potere. Abbiamo “usato” queste creature per i nostri scopi più abbietti senza nessuna riconoscenza, senza nessun rispetto.
Io non credo che il cavallo sia al nostro fianco da milioni di anni per questo scopo… sicuramente non è qui solo per questo.
Cosa ci affascina davvero in lui? Cosa genera in noi quel sentimento contrastante di timore e attrazione al tempo stesso? Forse riusciamo a percepire in lui quella fierezza di quella verità luminosa e pura che non ci appartiene più… che forse non abbiamo mai davvero posseduto. Il Cavallo è il riflesso di quella dimensione istintiva e primordiale che abbiamo perduta, volontariamente abbandonata in favore di un’evoluzione che ora ci sta stretta… perché in fondo lo sentiamo che siamo animali.


Qualsiasi cosa sia che ci lega a questo animale, il cavallo è ancora qui accanto a noi, benevolo, gentile, collaborativo, superbo, maestoso, possente ed elegante… a ricordarci costantemente ciò che noi non saremo mai. Nei secoli lo abbiamo privato della sua dignità, ma l’integrità della sua anima, quella nessuno è riuscito a rubargliela.
Se fossimo umili abbastanza da lasciare che questi straordinari maestri ci facessero da guide nella vita, vedremmo tutto con altri occhi, quegli stessi profondi lucenti occhi con cui essi guardano il mondo.
Qualcuno sostiene che i cavalli siano come i bambini, io penso davvero che sia così.
Hanno la stessa fresca e sincera curiosità verso la vita, la stessa serena consapevolezza di “Essere”, non sanno cosa sia l’ansia del “fare”. Non si preoccupano del dopo, sono nel presente, “qui ed ora”. Non si affannano a progettare, semplicemente vivono. Così come siamo capaci di demolire nei bambini queste qualità meravigliose, noi miseri uomini spesso nella doma e nell’addestramento riusciamo ad annientarle anche nei cavalli. Tuttavia essi hanno la straordinaria capacità, una volta in mezzo ai loro simili, di ritornare esattamente come prima. Questo dovrebbe davvero farci interrogare sulla loro capacità di rimuovere il male e perdonare… siamo capaci noi? Dunque chi è davvero “evoluto”?
I Cavalli comunicano tra loro in modo semplice e diretto, proteggono i loro piccoli, li educano al rispetto della gerarchia e delle leggi del branco poiché in esso trovano la loro sicurezza. Conoscono e comprendono il valore inestimabile della libertà e sanno viverla, sanno che ogni individuo ha il suo ruolo e lo rispettano. Nessuna delle azioni che compiono è guidata da sentimenti individualisti, tutto avviene per un fine comune. Non fanno nulla di più di ciò che è necessario.
Questi sono gli insegnamenti che i cavalli mi regalano gratuitamente ogni giorno.
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di Valentina Bonera

“L’importanza dell’assetto nella comunicazione non verbale

Per prima cosa cerchiamo di analizzare e dare un significato all’espressione “comunicazione non verbale”. Supponiamo di doverci relazionare con un essere che non abbia nulla di umano e che soprattutto non parli la nostra lingua: un’alieno, un extraterrestre venuto da un’altra galassia e, per non avere dubbi, che sia anche sordomuto. In questi termini la comunicazione non potrà sicuramente essere verbale, cioè attraverso una qualsivoglia serie di vocaboli o suoni emessi dalla bocca e percepiti dall’orecchio mediante il senso dell’udito e comprensibili da entrambi. Per comunicare e farci capire, lo dovremo pertanto fare attraverso altri mezzi, e la cosa più semplice e naturale sarà quella di farlo gesticolando con le mani e con il corpo. Riportando tale situazione nel mondo equino, mediante l’impiego di varie posizioni del busto, delle braccia, delle mani e delle gambe, cercando di simulare il più possibile e nel migliore dei modi gli atteggiamenti che assumono tra loro in natura i cavalli, e che potremmo definire “messaggi di corpo”, riusciremo ad intraprendere, da terra e faccia a faccia, una sorta di comunicazione con questi stupendi animali, che diverrà via via tanto più profonda quanto più saremo in grado di entrare con rispetto nel loro modo di “pensare”.
Non è comunque questa la sede per addentrarci nello specifico delle tecniche e dei particolari dei vari messaggi di corpo. Supponiamo ora che questo “omino verde” arrivato dallo spazio sia talmente sfortunato da essere, oltre che sordomuto, anche cieco: il comunicare diverrà ulteriormente complicato.

Non potendo più usufruire nemmeno del senso della vista, la relazione dovrà avvenire attraverso qualcos’altro: il tatto. Il reciproco contatto del corpo e delle mani dovrà essere talmente semplice, chiaro e preciso da far comprendere al nostro interlocutore ciò che intendiamo comunicargli.
Ritornando per similitudine nel nostro mondo più veritiero, nel momento in cui saliremo in sella al nostro amico a quattro gambe, ci troveremo nelle identiche condizioni di cui sopra. Dovremo comunicare con lui da una posizione, la sua schiena; in cui non potrà vederci, sarà come se fosse, in un certo senso, cieco. Non potrà vedere i “messaggi di corpo”: li potrà solo percepire attraverso il contatto con alcune parti del nostro corpo. Ma perché siano facilmente comprensibili, tali messaggi dovranno necessariamente essere semplici, chiari e precisi!
Semplici: perché il solo fatto di non vederci procura uno certo stato di timore e confusione e soprattutto perché il nostro amico cavallo ha un “modo di ragionare” molto semplice, come un bambino va letteralmente “accompagnato” anche nelle più elementari richieste di avanzare, fermarsi, girare o spostarsi ed ha quindi bisogno di elaborare ed assimilare tali richieste singolarmente.
Chiari: perché nella semplicità della richiesta, non devono esserci possibilità di fraintendimenti, non deve sorgere alcun dubbio su ciò che intendiamo comunicargli con quella determinata azione.
Precisi: perché non dobbiamo dare nulla per scontato, la precisione delle nostre azioni di richiesta deva diventare praticamente assoluta durante tutte le sue ripetizioni per non creare confusione alcuna, soprattutto nelle fasi dell’addestramento.
Ed è qui che entra in gioco l’importanza dell’assetto che, intendiamoci, non è da confondere con la “posizione” da assumere in sella, che può variare a seconda delle diverse discipline intraprese: dressage, salto ostacoli, monta western, corse in piano ecc…. ma è la “capacità di mantenere l’equilibrio nel movimento indipendentemente dalla posizione assunta”. Per intenderci, è l’essere in grado di fumarsi una sigaretta intanto che si beve un buon caffè dopo aver letto il giornale il tutto fatto in scioltezza e leggerezza alle tre andature, passo trotto e galoppo. Senza arrivare a tanto è comunque la capacità, in tutte le andature di rimanere in equilibrio sul baricentro del cavallo in leggerezza e senza tensione alcuna in modo che le due masse, la nostra e quella del cavallo, si muovano all’unisono ed in piena armonia.
Con un assetto non corretto, per cercare di trovare e mantenere forzatamente l’equilibrio, si perderanno inevitabilmente la precisione e la chiarezza delle richieste e conseguentemente, al fine di effettuare le necessarie correzioni
imprecise risposte del cavallo, la semplicità, perché andremmo a sovrapporre più azioni contemporaneamente.
Un buon assetto ci permetterà innanzitutto di essere e rimanere sul baricentro in tutte le situazioni a vantaggio, conseguentemente, della nostra sicurezza; ma anche di trovarci in quella zona che definirei “neutra” ove cioè la nostra struttura ed il nostro peso vengono meglio tollerati dal cavallo e da cui potremo partire per comunicare tutte le richieste del caso attraverso il contatto tra i due corpi.
Tali richieste verranno eseguite mediante spostamenti del nostro corpo o pressioni effettuate con le cosce o con i polpacci o con i talloni nelle diverse zone del suo costato o spostamenti delle braccia, delle mani ed anche delle dita, ma saranno molto chiare e precise perché non dovremo preoccuparci della nostra stabilità in sella e tutte le parti del nostro corpo saranno completamente indipendenti le une dalle altre. E più il nostro assetto sarà ineccepibile, più tali azioni diverranno talmente minime sino a risultare, con il migliorare dell’addestramento, praticamente impercettibili quasi venissero sostituite dal solo pensiero.
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di Gialuigi Anselmi

“Coraggio”

coraggio dal latino coraticum o anche cor habeo, aggettivo derivante dalla parola composta cor, cordis (cuore) e dal verbo habere (avere): avere cuore

Ho sempre pensato e scritto tanto durante il mio percorso di istruzione horsemanship, ragionando sui limiti del mio appartenere alla specie umana e cercando di capire cosa davvero fosse importante per i cavalli.
E nonostante tutto il mio ragionare e scrivere, ora mi trovo un po’ in difficoltà… Sono sempre stata una persona molto concreta, pragmatica e poco romantica, e anche se sbaciucchio la mia cavalla sul muso e le voglio un bene dell’anima, ho sempre pensato al nostro binomio in maniera molto pratica: linguaggio da imparare, tecniche da applicare, cose da fare insieme, problemi da risolvere, educazione, ginnastica, igiene, assetto.
Sorridevo divertita quando sentivo qualcuno parlare estasiato del cuore dei cavalli (non inteso come muscolo), sorridevo non certo perché ritengo i cavalli creature prive di emozioni e sentimenti, ma perché vedevo il loro relazionarsi con noi come un semplice adattamento funzionale alla situazione, sicuramente favorito dal nostro saper comunicare in modo efficace, ma senza alcun tipo di apertura. 


E probabilmente vedevo questo perché lo stavo creando con Galatea: una relazione quasi esclusivamente “meccanica”, una specie di palestra per allenare quello che imparavo ai corsi di Valentina e Monica, con obiettivi puramente pratici e ricerca costante del risultato (il nostro caro, vecchio, onnipresente EGO).
Poi, quando siamo pronti, arriva la crisi a spazzare via le cose ormai inutili e a farci aprire gli occhi su qualcosa di nuovo, che c’era sempre stato ma non sapevamo vedere. E bisogna ricredersi, e trovare altre verità.
La faccio breve (ci provo): qualche mese fa ho cambiato maneggio, spostandomi da un piccolo buco male organizzato in cui si litigava per avere accesso alle poche strutture disponibili, a un bellissimo e immenso maneggio con un sacco di spazio e attrezzato per qualsiasi attività (cross country, mountain trail, dressage, salto ostacoli, passeggiate in spiaggia e nel bosco, eccetera eccetera eccetera…). Non potete immaginare la mia gioia.
Così, arrivate nel posto nuovo e piena di entusiasmo, il primo giorno ho preso fuori Galatea dal suo nuovo paddock e l’ho portata in giro in quel mondo sconosciuto. Andiamo a vedere tutto! Andiamo a esplorare! Guarda che meraviglia! Guarda in che posto splendido ti ho portata!
Col cavolo.
Dopo due ore di ignoranza, tentativi di fuga, nitriti disperati, sgarbate invasioni di spazio, repentini dietro-front e strattoni alla corda, mi sono ritrovata seduta sul traverso più basso di una staccionata a piangere come una bambina, mentre Galatea, stanca e rassegnata quanto me, raspava per terra guardando altrove, nel chiaro intento di farmi capire che lì con me non ci voleva proprio stare. Il piccolo buco male organizzato da cui l’avevo portata via era il suo unico punto di riferimento. Era il posto familiare, in cui si sentiva sicura, a casa, tranquilla.
Piangevo perché era ormai chiaro, e scioccante come uno schiaffo che non ti aspetti, che lei non si fidava per niente di me, che io non rappresentavo nulla per lei. Anzi, ero addirittura un problema a cui era legata con corda e capezza, che l’aveva messa in una situazione di disagio e paura pensando addirittura di farle del bene.
Non avevo capito proprio nulla, e avevo sbagliato tutto.
Dopo quel pomeriggio disastroso ho riflettuto un bel po’ sul da farsi e ho chiesto consiglio a Valentina, che senza il filtro della mia emotività impazzita ha capito al volo la situazione e con 4 parole assestate bene mi ha rimessa in riga.
E ho iniziato a guardare la mia belva con occhi diversi. Non era più la cavalla “grossa, nera e ignorante” che credevo di conoscere (la sua ex proprietaria mi ha raccontato cose che voi umani non potete immaginare…), ma era la cavalla “grossa, nera e cagasotto” che affrontava le sue paure come meglio poteva, e a suo modo stava chiedendo aiuto. Occorrevano occhi nuovi per poter vedere senza pregiudizi e un bell’esame di coscienza per ammettere i tanti errori: lei non aveva bisogno di essere rieducata, aveva bisogno di essere rassicurata. Aveva bisogno di essere ascoltata, rispettata, lasciata libera di muoversi con i suoi tempi, guidata con pazienza nelle cose nuove, aveva bisogno di essere tranquillizzata con quintali di carezze (spesso interpretavo la sua invadenza come mancanza di rispetto, mentre probabilmente cercava sicurezza nel contatto… chissà quante volte ho perso la sua fiducia “rimettendola al suo posto”…), aveva bisogno di essere ringraziata per ogni passo in più, di essere lodata per ogni manifestazione di curiosità, di essere stracoccolata per ogni volta che decideva di rimanere insieme a me pensante e tranquilla anziché scaricarmi e fuggire via spaventata.
Aveva bisogno che io capissi di cosa aveva davvero bisogno.
Ora stiamo conquistando insieme un metro di spazio alla volta, con calma, senza fretta. E facendo questo sto conquistando la sua fiducia, aiutandola ad affrontare le sue paure e a diventare più coraggiosa (*). Nessuna prestazione eccezionale, nessuna forzatura. Soltanto chiedere di andare insieme, magari trovare un buon motivo per andare (ho trovato distese di erba medica spontanea che sono un’ottima motivazione per esplorare i dintorni!!!) e congratularsi per ogni passo avanti come se avesse vinto il campionato nazionale di dressage. E se la paura prende il sopravvento nessun problema, torniamo indietro fin dove siamo tranquille, nessuno ci obbliga, ci riproviamo più tardi, magari ci arriviamo in un altro modo, con altre motivazioni, in compagnia di altri cavalli, alla mano anziché in sella, magari facendo qualche gioco (pensiero laterale, movimento ritmico, comodità, questo è horsemanship: avere gli strumenti per poter fare quello che occorre nel momento giusto e nel modo giusto, per il loro bene).
E adesso che sa che io non arrivo più per metterla in difficoltà ma per darle una mano a risolvere i suoi triboli, che riconosco le sue difficoltà e i suoi sforzi per superarle, che chiedo poco e ringrazio tantissimo, che non la forzo oltre i suoi limiti ma la aiuto a superarli da sola, è diventata più serena, più tranquilla, più in ascolto, più disponibile, più paciosa e coccolona, e non scappa più via da me per cercare sicurezza altrove.
Di certo non mi sentirete mai dire che la mia cavalla mi vuole bene, che è una amica, una sorella o che so io… ma posso dire che questo cambiamento nel mio comportamento, nel mio giudizio su di lei, nelle mie pretese, ha trasformato un pochino anche lei. Come due che si conoscono un po’ alla volta e un po’ alla volta scoprono che possono fidarsi uno dell’altro, e che insieme riescono a fare molto di più di quello che possono fare da soli. Non riesco a spiegarlo, è questo che mi mette un po’ in crisi… ma ci sono momenti così belli e così intensi che li spiego soltanto pensando a qualcosa che ha a che fare con il cuore (non inteso come muscolo).

I cavalli restituiscono tutto quello che ricevono, ma donano soltanto quello che meritiamo. 

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di Gloria Lanzoni

“Fra i rumori della folla ce ne stiamo noi due”

Una pillola. Parlando di cavalli spesso si parla di addestramento, di doma, ecc.. ma oggi più di ieri capisco come questi siano, gli strumenti, all’arco di un horseman e non gli obbiettivi. Ho sempre pensato che riuscire a creare una “connessione” con il cavallo fosse sia una necessità per poter intraprendere una qualunque comunicazione, che l’obbiettivo finale di un horseman. Amo il lavoro in libertà, ma ora una diversa esperienza mi ha fatto apprezzare l’importanza anche del lavoro fatto in sella. Entrambe le condizioni mi hanno fatto apprezzare come la “connessione” tra cavallo e horseman sia, sì, necessaria ma non sufficiente. L’intenso e profondo lavoro fatto ora con il cavallo che da anni mi fa da istruttore mi ha fatto capire, un giorno, all’improvviso come l’ Horsemanship possa andare oltre e farti arrivare a creare una “complicità” con il cavallo. Il poeta Walt Whitman…definisce in maniera chiara e quasi banale cosa significhi questo termine: “Fra i rumori della folla ce ne stiamo noi due, felici di essere insieme, parlando piano, forse nemmeno una parola”.
Il lavoro e a volte lo svago, che si condivide con un cavallo può consentire di raggiungere questa sensazione che curiosamente permette di migliorare la soglia di sensibilità rendendo più semplice, piacevole e appagante il lavoro anche con altri cavalli. L’approccio ai cavalli nel rispetto dei principi che questa scuola … di vita insegna e consente, ci apre la strada per avere questa possibilità unica e preziosa. Si scopre così come regole e programmi non appartengano a questo mondo, un mondo invece, che nella maggior parte dei casi riduce l’esperienza con i cavalli a uno sterile lavoro mirato solo a creare efficienti macchine pronte ad obbedire ai nostri comandi svilendo il loro pensare e decidere di stare vicino a noi. Credeteci è possibile, quando capirete di essere “complici” del cavallo che vi è a fianco sentirete aprirsi un nuovo orizzonte inesplorato e sconosciuto ma che vi attirerà inesorabilmente verso nuove sensazioni, senza timori.

di Simone Salomoni

“Responsabili”

 

Più divento grande e più mi rendo conto che le parole, da sole, non bastano. Non bastano per convincere, non bastano per spiegare, non bastano per trasmettere davvero qualcosa.
Imparare a comunicare con creature che non usano il canale verbale ma “soltanto” il corpo, l’espressione, la postura, la prossemica, mi ha fatto capire quanto siano spesso inutili, fuorvianti e sopravvalutate le parole.
Monica e Valentina parlano e spiegano tanto ai nostri corsi e – giuro! – vorrei avere un registratore per non perdere nemmeno una sillaba di quello che dicono, perchè so che le loro parole sono doni davvero preziosi, frutto di tanto studio e tantissima esperienza diretta, ma so anche che quello che veramente conta, e che mi rimane impresso, è quello che osservo.
Perchè quando siamo inesperti, siamo come bambini. Cerchiamo il riferimento da seguire, il modello a cui assomigliare. E come bambini impariamo imitando i “grandi”, facendo quello che fanno, diventando come loro.
Nel maneggio in cui tenevo la mia belva fino a pochi mesi fa, c’era una ragazza che montava in modo terribile. Bell’assetto, tecnicamente capace, ma era tutto frustino, speroni e mano pesante, cavallo incappucciato con redini di ritorno, martingale e altri attrezzi di cui non conosco il nome, e più il cavallo si opponeva più lei andava giù pesante, facendolo galoppare per ore intere fino a sfiancarlo.

Un giorno venne il suo istruttore (non faceva parte dell’organico di quel maneggio) e tutti noi tirammo un sospiro di sollievo: “finalmente qualcuno le dirà di trattare meglio quel povero cavallo”… ma poi l’istruttore salì in sella, e ripropose lo stesso identico film dell’orrore visto fino al giorno prima, ma in veste maschile. L’allieva era IDENTICA al suo istruttore, nella tecnica, nei modi, nell’arroganza.
Di questo dobbiamo essere ben consapevoli.
Come futuri istruttori di horsemanship dobbiamo essere capaci di schematizzare e spiegare, dobbiamo sapere tanto per condividere e insegnare, dobbiamo fare, fare e ancora fare per raggiungere l’eccellenza (vari studi sull’argomento “eccellenza” dimostrano che servono almeno 10.000 ore di esercizio, che sono 3 ore di allenamento 365 giorni all’anno per almeno 9 anni…), ma come istruttori – e forse prima di tutto come esseri umani inseriti in un tessuto sociale – abbiamo l’enorme responsabilità di essere davvero ciò che insegniamo.
Che non significa “ti faccio vedere come si fa, stà a guardare” ma scaturisce dal nostro modo più profondo di essere e di vivere: chi siamo e cosa facciamo quando nessuno osserva. E questo è l’horsemanship che riguarda le persone e non i cavalli. Se sei uno stronzo, stronzo resti, anche se sei bravissimo a far piroettare il cavallo e a raccontare agli altri quanto sei bravo. Ma se credi davvero nel rispetto, nell’ascolto, nella gentilezza, non puoi crederci solo quando fa comodo. Io adesso osservo le azioni fuori dal tondino. Sono quelle che mi fanno capire la coerenza e la credibilità di una persona, l’entusiasmo e la passione, la serietà e l’impegno, ed è quello che voglio trasmettere ai miei futuri allievi. Non solo tecnica, ma anche tanto cuore.
Quando ho iniziato ad “andare a cavallo” (ma che brutta espressione…) osservavo e assorbivo come una spugna ogni cosa che vedevo fare agli istruttori e ai cavalieri più esperti di me.
Vedevo speronare, e speronavo. Vedevo frustare, e frustavo. Vedevo tirare schiaffi sul muso e tiravo schiaffi sul muso. Non soltanto nell’ora di lezione in campo. Osservavo durante il groom, osservavo durante il trasporto, osservavo alle gare… Le domande, chiaramente, erano bandite. Ero troppo intimorita da quelle figure così autoritarie, stizzose e reattive. E poi non ne avevo un’idea, non mi ero informata, e mi fidavo di loro.
Del resto, nei paraggi non c’era molto altro. Lo tsunami Parelli & co. non si era ancora fatto sentire, e le alternative offerte dal mondo “equitazione” erano salto ostacoli con allenamento marziale e istruttore cazzuto, team penning con cappello e stivali da cowboy obbligatori oppure passeggiate in branco su cavalli a fine carriera, sfiniti e distrutti.
E smisi per diversi anni, a malincuore.
Poi una sera vidi su youtube la Linda Parelli fare libertà in tondino con Remmer. Ora so che erano giochini semplici per fare spettacolo (eh, li so fare anche io!!), ma in quel momento vedere quella ragazza e quel cavallone danzare insieme con allegria e armonia, mi sembrò meraviglioso. Volevo imparare anche io, volevo quella leggerezza, quella sintonia. Da lì iniziò il mio nuovo percorso nell’equitazione, da lì incontrai Valentina e tutta la banda del Red Rose Ranch, e capii che c’era molto altro oltre allo spettacolo in tondino.
Se picchiamo un cavallo, qualcuno che crede nel nostro ruolo o che non ha strumenti per criticare, penserà che è giusto farlo, e lo farà.
Se invece siamo gentili e assertivi, se i princìpi di ascolto e rispetto fanno parte di noi e del nostro modo di relazionarci con tutti, non solo cavalli, qualcuno osservandoci imparerà ad essere gentile, assertivo, ad ascoltare e a rispettare.
Questa è una bella, grande, immensa responsabilità. Ogni cosa che facciamo ha delle conseguenze sugli altri. Ogni gesto gentile, ogni gesto sgarbato. Ogni decisione che prendiamo (ed è l’unica grande libertà che abbiamo) smuove qualcos’altro al di fuori di noi. Se la Linda non avesse fatto pubblicare quel video, se Valentina non mi avesse accolta al Red Rose Ranch con entusiasmo e gentilezza, io forse non mi sarei mai riavvicinata ai cavalli e non sarei qui, a vivere questa bella avventura. Una piccola , semplicissima, cosa può dar vita a enormi rivoluzioni.
Quando penso ai grandi nomi dell’equitazione, alle persone che hanno cambiato radicalmente i metodi di gestione e addestramento dei cavalli, penso che in fondo erano e sono soltanto uomini, come me, come Valentina, come Monica, come Simone, come Francesca, come Stefano… che sono partiti da zero come noi, e – forse a loro volta ispirati da qualcun’altro – hanno creato qualcosa di nuovo, qualcosa che funziona, e hanno condiviso le loro scoperte, mostrando l’efficacia dei loro metodi e ispirando migliaia di altre persone a fare ancora meglio.
Credo che l’equitazione – qualsiasi genere di equitazione, horsemanship incluso – inizi a fare danni quando chi la promuove si chiude in se stesso, convinto di essere il migliore, di non avere null’altro da imparare, di essere finalmente istruttore e mai più allievo, di conoscere e sapere già tutto e non lascia più spazio alla creatività, alle domande ingenue, alla curiosità.
Quando si è convinti di aver finalmente conquistato un pezzetto di qualcosa, e ci si ferma a difenderlo con le unghie e con i denti anzichè condividerlo, anzichè metterne alla prova l’adeguatezza, anzichè cercare il confronto per migliorare, si resta immobili nella verità che fa più comodo, e si diventa ottusi, vecchi e obsoleti.
Il resto si chiama “evoluzione”, e tutti noi, nel bene e nel male, ne siamo pienamente responsabili.
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di Gloria Lanzoni

“In viaggio verso l’Horsemanship”

Ciao a tutti sono Chiara, una ragazza di Vicenza.
Sono alle prese con il mio primo pseudo “articolo equestre” e vorrei, se ci riesco raccontarmi e rendervi partecipi della mia esperienza… ma soprattutto fare il punto di questo mio primo anno di Horsemanship.
“Horsemanship”… già la prima volta che lessi la parola pensai: “ wow che parola figa, voglio diventare un Horseman!” Non conoscevo ancora il peso e la responsabilità che porta con sè questo concetto. Ma partiamo dall’inizio.
I cavalli mi sono sempre piaciuti, fin da bimba. Chi di voi non ha sognato lunghe galoppate guardano il cartone animato di Lady Oscar, il Tulipano Nero e (non ridete!) anche Vola mio Minipony ha avuto il suo perchè!
Dopo queste citazioni non è difficile intuire la mia età, ho trentacinque anni, e solamente da 2 ho cominciato ad approcciarmi ai cavalli, per poi solo più tardi, cercare un percorso che mi aiutasse a capirli.
Non sono stata un giovane promettente amazzone in erba, accompagnata in maneggio dal genitore fiero, non ho avuto le possibilità economiche. Vengo da una famiglia umile, dove non e’ mai mancato nulla ma occorreva rinunciare a qualcosa per dar la precedenza alle priorità davvero necessarie. Così tanti sogni sono rimasti nel cassetto, per moltissimo tempo.
Per fortuna, o chissà per quale altro scherzo del destino, arriva però un momento nella vita, in cui quel cassetto va aperto.


Aver conosciuto il mio compagno, con un padre appassionato di cavalli e due bellissimi esemplari nel cortile di casa, lo è stata di certo una grande fortuna.
Anche se ancora ero ignara di che cosa avrebbe significato entrare e comprendere il vasto e vario mondo dell’equitazione .
Abitiamo in una zona spettacolare, ai piedi dei colli Berici, dove c’è solo l’imbarazzo della scelta su quale sentiero prendere per avventurarsi in bellissime passeggiate e il fascino di poterlo fare a cavallo è qualcosa di impagabile.
Cominciai subito a tentare di corrompere i vari membri della famiglia… sognavo solo di salire in sella e partire a cavallo nella prima domenica di sole!
Già, come se per montare un cavallo bastasse mettere una sella, salire “girare le chiavi” e via, alla conquista di nuove avventure! Avevo decisamente frainteso qualcosa, i cavalli non hanno una chiave da girare come si fa’ con un auto, non si accendono e spengono a nostro esclusivo uso e piacere. Questo in famiglia, grazie al cielo, lo sapevano bene perciò mi spedirono al maneggio più vicino a casa, per prendere le prime lezioni in tutta sicurezza, e così feci .
Nei primi tempi ero eccitata ed entusiasta, imparai in fretta i nomi dei finimenti e delle bardature, i nomi dei tanti tipi di imboccature e dei famosi aiuti, frustini e speroni. Cominciai a fare lezione con una cavallina piccolina di statura, usata principalmente per i bimbi vista la mia totale inesperienza. Passai diversi mesi a contatto con lei e piano piano cominciai a notare una un particolare, il suo sguardo era come assente, fissava sempre davanti a sé, neanche le carezze le interessavano, anzi ne sembrava infastidita. Mi faceva veramente pensare questo atteggiamento. Cosa poteva esserci di più bello che avere bimbi attorno, carezze e qualche biscotto tutti i giorni?
Un giorno, finita la mia lezione, decisi di fermarmi e guardare le lezioni con i più piccini. Mi resi conto ben presto mio malgrado, che questa cavallina oltre ad aver un passeggero diverso sulla schiena ogni quaranta minuti faceva sempre le stesse cose, conosceva tutto a memoria.. era “usata” come un automa.
Volevo veramente che i cavalli di casa diventassero così? Li i guardavo con grande ammirazione quei due bellissimi cavalloni, mamma e figlio. Lola una Trotter e Balto che era nato da un incrocio con uno stallone Quarter. Lui era la fierezza fatta cavallo, nei suoi occhi vedevo forza, lealtà, libertà e tanta meravigliosa curiosità. Qualsiasi cosa andassi a fare in scuderia o nelle vicinanze del loro paddock lui veniva a controllare cosa stavo armeggiando e già che c’era si veniva a prendere tutte le carezze che poteva. Con il muso si appoggiava alla spalla, proprio come un bambinone. Lola aveva lo sguardo da mamma, ci vedevo protezione, a volte severità. Lei era la signora del cortile, accogliente gentile ed educata.
Che cosa potevo fare per interagire e lavorare con loro preservando queste loro straordinarie essenze? Non volevo che il loro sguardo si spegnesse come quella povera cavallina.
Cominciai a documentarmi su internet, mi avevano parlato della cosiddetta “Doma Dolce” o “Equitazione Naturale”. Decisi di farmi un idea in merito e youtube strabordava di video spettacolari sul tema. Li guardavo con grande ammirazione. Solo ora mi rendo conto che in quel momento il mio ego predominava, il pensiero fisso era: “diventerò cosi brava anche io, anche io riuscirò a “far fare” a Balto tutte queste bellissime cose e sarò fiera di me!” Ma da dove cominciare? Digitai per curiosità sulla tastiera Scuola Italiana di Horsemanship e per prima comparve la pagina del Red Rose Ranch.
Cominciai a leggere la presentazione e fui subito colpita, cercai il calendario dei corsi, da li a 15 giorni sarebbe iniziata la prima classe del corso base, il giorno dopo ero già iscritta!
Ricordo come fosse ieri la mattina in cui sono partita, era ottobre di un anno fa. Direzione Red Rose Ranch, la sede della Scuola Italiana di Horsemanship a Pianoro in provincia di Bologna. Ero carica ed euforica, pronta a portare a casa i primi successi! Tutto si rivelò quel primo corso, tutto, tranne quello che avevo immaginato. Conobbi Valentina e già nella prima mattina, con la nostra bella didattica alla mano, compresi che ero partita completamente col piede sbagliato. Ricordo di aver passato la maggior parte di quel corso a piangere. Valentina mi disse che era tutto normale, che erano i cavalli che muovevano certe emozioni e che era un bene lasciarle uscire. Ma come, non doveva essere l’esperienza più bella del mondo?… Già, lo sarebbe stata di li a poco, ma tutt’altro che semplice! Imparai che cavalli e cavalieri hanno delle responsabilità, che gli aiuti per i Cavalli possono essere il mio respiro, il mio sguardo, il mio equilibrio e che il ferro in bocca di sicuro non li avrebbe fermati se non avevo la consapevolezza delle loro e delle mie emozioni. Imparai che sopra ogni cosa c’erano il cuore e la sensibilità. La responsabilità che mi colpì di più e che ancora oggi per me e’ la più significativa è quella che nel manuale didattico è indicata come “la seconda responsabilità del cavaliere: impara a pensare ed agire come un cavallo e per il cavallo”. Dunque il lavoro grosso era da fare su di me!?! Che significava esattamente? Come dovevo comportarmi? Che cosa dovevo imparare a pensare per riuscire ad immedesimarmi in un cavallo? Dovevo forse mettermi tutto il giorno al paddock con loro? Guardarli da vicino o studiare sui libri per ore? Con questo dilemma in testa me ne tornai a casa.
Avevo fretta, frenesia di testare e mettere in pratica e con Balto mi ci buttai da subito. Cominciavo a cogliere in lui particolari che prima mi parevano insignificanti ed ora invece con le prime nozioni sulla lettura dei cavalli e dei loro atteggiamenti, mi aprivano orizzonti nuovi e nuovi livelli di conoscenza. Capii ben presto che era un cavallo in avanti, estroverso e giocoso, a volte dominante. Io con lui ero sempre a mille, ero convinta di stare facendo bene e invece… quanto ero ancora lontana!
Partecipai ad altri due corsi prima che lui mi dicesse chiaro e tondo che dovevo rallentare, che gli stavo chiedendo troppo, che io per prima non ero ancora in grado!
Mi ci volle un bel volo dalla sella e venti giorni di tutore al ginocchio perché il messaggio mi arrivasse! Furono giorni di autoflagellazione, finalmente i cavalli cominciavano a muovere per davvero, in tutti i sensi.
Mi chiedevo continuamente in che cosa avevo sbagliato, forse non avevo capito niente di quello che mi era stato insegnato fino a quel momento?! Mi era andata bene, mi sarei potuta rompere il collo, i cavalli non sono automobili, ma continuavo e peccare di ego e compiacimento. Balto me lo aveva detto chiaro e tondo che dovevo darmi una calmata, eppure non vedevo l’ora di riprendermi per andare da lui e risalire in sella. Non di certo per sfida ma volevo comprendere. Avevo sbagliato, di questo ne ero sicura.
Passata la mia convalescenza ero di nuovo in scuderia.
Presi la capezza mi diressi verso il paddock di Balto, lui era con il naso in terra a brucare e per la prima volta mi venne incontro di sua spontanea volontà.
In quel momento realizzai di aver paura. Le mani mi tremavano, cercavo di ricompormi perché ora sapevo benissimo che noi per loro siamo libri aperti, che ci leggono in una frazione di secondo e non volevo che mi vedesse così. Balto allungò il muso verso il mio viso, mi diede un’annusata e mi osservò. In quell’istante compresi che lui sentiva la mia paura e la capiva, perchè era la stessa emozione che lui aveva provato con me, con il mio turbinio di testa, pancia e poco cuore.
Da allora ogni volta che vado da un cavallo ci vado con la paura… ma ora è paura di pretendere troppo, di chiedere senza avere il loro permesso, paura di non saperli ricompensare al momento giusto, paura di correre avanti a loro senza di loro.
Se vi avvicinate all’Horsemanship credendo che sia la strada facile sbagliate di grosso, prego accomodatevi provare per credere! Se pensate ci voglia poco tempo, scordatevelo! Saranno più i sacrifici e le giornate no che vi accompagneranno all’inizio. Ma se deciderete di proseguire in questo viaggio e io ve lo auguro di cuore, sarà il cambiamento a cui dovrete essere pronti, che vi accompagnerà ogni giorno regalandovi enormi soddisfazioni!
Come tanti ero partita con l’errata convinzione che i cavalli andassero imbrigliati, cambiati, bloccati e dominati.
Se mi chiedeste ora che cosa è per me l’ Horsemanship, se in questo tempo una risposta me la sia data, adesso vi risponderei che per me ha significato imbrigliare le mie di emozioni, tutte quante! Ha significato cambiare me stessa per trasmettere equilibrio al cavallo. Non penso più di cambiare un cavallo è suo diritto sacrosanto essere preservato come egli è, con pregi, difetti e limiti. Proprio come accettiamo tutto ciò in chi amiamo, in ogni persona cara che abbiamo vicino.
Solo così i cavalli sapranno regalare soddisfazioni immense, se credi in loro.
Ti daranno schiaffi forti quando cercherai di forzare le cose. Il peso di diventare un Horseman è che sarai portato a guardarti dentro ogni giorno e credimi, non sarà sempre bello quello che vedrai, anzi!
Un Horseman ha l’enorme responsabilità di usare i principi, le tecniche e gli strumenti appresi non per se stesso, ma per i cavalli e mai, mai contro di loro!
Rimane l’ultimo quesito: Chiara ha imparato a pensare come un cavallo e per il cavallo? Ahimè no! Sbaglio ancora tanto, il mio percorso è talmente breve…
Ma qualcosa di buono ho messo in pratica, me lo dice Balto quando riesco a pensare come lui! … e la famosa paura, pian piano, svanisce via.
Per non parlare dell’opportunità che mi viene offerta ogni volta da Valentina di relazionarmi anche con i suoi cavalli.
Ci sono capita per caso al Red Rose Ranch, sono partita con un’idea e sono tornata con un milione di idee diverse. Ho conosciuto cavalli e persone splendide. E’ un luogo dove ti senti a casa, ti confronti, ti chiarisci e cresci.
Nella vita le cose magari non capitano per caso … ma questa forse e’ un’altra storia.
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di Chiara Mattiello

Un “Branchetto”

Un ‘branchetto’, questo è ciò che ci sentiamo ora.
Ma com’è cominciata?
All’incirca dieci anni fa entrai in un maneggio con la curiosità di vedere com’era quel mondo che mi affascinava, ma non avevo mai avuto occasione neppure di sfiorare; un passatempo estivo, per stare all’aria aperta, praticare sport.
Dopo poche lezioni la notizia di un trasferimento nell’aria e già qualcuno interessato e te. Bisognava prendere una decisione in fretta e, chissà perché, pensai che non potevo lasciarti andare via.
Sicuramente fu un azzardo, ma ci sono giorni in cui bisogna osare…
Non ero mai andata a cavallo prima (il mio mondo era la musica), avevo una certa età e non sapevo quanto sarei stata in grado di imparare da un punto di vista equestre, ma certamente ero cosciente dell’impegno che andavo a prendere e non mi spaventava. Anzi, in realtà era proprio questo ciò che volevo: non un’ora di lezione, ma una scelta di vita.
Forte di questo, inconsciamente forse pensai che le mie buone intenzioni ed il mio desiderio di imparare sarebbero stati sufficienti; ma non fu così.
Non nascondo che ne seguirono tristezza e frustrazione.
Io ero totalmente inesperta, senza leadership ed a tratti impaurita.
Allora perché scegliesti me?
Tu eri difficile, arrabbiata, con un pessimo giudizio sugli umani.
Perché allora scelsi te? 


Chissà, e forse il mio essere priva di conoscenze e di esperienza fu la nostra fortuna.
Dovemmo per forza cercare un modo per comunicare, perché senza imboccatura (e quella che portavi quando ti abbiamo conosciuta era severa) eri una ‘leonessa’, perciò tutto quello che era relazione o anche semplicemente prendersi cura di te, era un problema o ci era precluso.
E così ecco il primo corso di natural horsemanship…
Dei corsi che sono poi seguiti ho immagini bellissime, del primo ho impresso nella mente il ricordo dello sforzo che mi costò mettermi in gioco davanti a tanti umani, tutti molto più esperti di me, ma soprattutto della fatica di stare in campo per tutto quel tempo con te.
Due giorni fa-ti-co-sis-si-mi!!!
Non avevi né rispetto né fiducia, eri ‘contro’ e mi mettevi paura.
Due giorni lunghissimi, ma, a pensarci bene, due giorni, soltanto due, sono stati sufficienti a mostrarci una nuova prospettiva; per noi credo l’unica.
Ci è voluto del tempo, ma con il desiderio di poter fare cose con te, (possibilmente in sicurezza!) da un lato, e la comprensione di come pensano i cavalli dall’altro, costruivamo, mattoncino su mattoncino, il nostro rapporto.
E mentre questo accadeva, tu, che eri quella che metteva alla prova, che invadeva pesantemente lo spazio, che sfidava sempre, cominciavi a mostrare una leggerezza e una capacità di ascolto inaspettate.
Sono convinta che abbia cambiato la tua idea perché sentivi che ero lì per te, il che equivaleva al tempo stesso a fare qualcosa di bello per me…
All’inizio ho detto che non bastava la mia buona volontà, ora dico che l’atteggiamento ha fatto la differenza, ma non è una contraddizione, è il cerchio che si chiude.
In mezzo il tempo passato insieme e parecchi corsi.
Certo stare in quel contesto faceva bene anche a te, ma posso ben dire che ero io ad avere il bisogno di imparare, trovare risposte alle mie tante domande, apprendere le tecniche, ed anche di credere in me stessa, credere che, a dispetto del mio partire da zero, sarei stata in grado di farcela. Il lavoro era su di me, ero io che, ancora una volta, dovevo osare.
Grazie ai corsi che insegnano i princìpi a cui fare riferimento e che mettono le basi per fiducia e rispetto in senso reciproco, in seguito anche a casa, da sole, abbiamo potuto progredire e quindi condividere poi tante esperienze diverse e gratificanti.
Ho imparato tante cose (tu le sapevi già fare…) ma alla fine si tratta di tante sfaccettature di un unico desiderio: semplicemente… stare insieme.
Sono passati quasi 10 anni, e tu sei entrata nei 27.
Nei primi anni ti abbiamo visto diventare sempre più bella, come se le lancette dell’orologio andassero all’indietro!
Ora certo sei una signora in età, ma sempre fiera nell’atteggiamento, con un gran carattere, e sempre pronta a ‘spostare’ tutti.
Tu ed io: un branchetto, compagne di strada, balsamo alle ferite…
Due signore in età, come si diceva, e so che un giorno ci dovremo separare; ma mi piace pensare che ci ritroveremo.
Non so se ci riconosceremo, ma sono convinta che, ancora una volta, noi due ci sceglieremo. 
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di Antonella di Pasquale

Salento, terra di mare, di sole, di vento…di cavalli e di Horsemanship

Ho trascorso quattro giorni, in questa terra, presso il bellissimo Centro Ippico della “Masseria Fossa”, invitato da Marco e Michela, per una dimostrazione di Horsemanship, grazie per l’ospitalità come sempre così calorosa.
Questa breve carrellata di foto vuole essere un ringraziamento per chi ha condiviso con me questa esperienza preziosa, Marco, Michela e Giacomo, Greta, Chiara e Filippo.
Un grazie a tutti coloro che dopo il confronto che abbiamo avuto “sul campo”, affrontando diverse problematiche con il proprio amico cavallo, vorrebbero approfondire questo modo di vivere l’equitazione, per me è stata una grande soddisfazione l’apprezzamento che mi avete dimostrato per il lavoro svolto insieme in queste, purtroppo, troppo brevi sessioni ed in particolare un grazie a Luigi e Stefano.
Non dimenticherò anche Rosetta la bardotta che invece tanto ha insegnato a me.
Un saluto con la promessa di rivederci ancora, presto, per lavorare tra gli ulivi con voi e i vostri cavalli.
di Simone Salomoni

….tutte le foto dell’esperienza di Simone le trovate nella Gallery…….

Ego/nobis: ovvero l’uomo che vorrebbe pensare come un cavallo

Una delle cose che mi piacciono di più dell’horsemanship – e credo forse uno dei motivi che purtroppo (o per fortuna…) spinge altrove tante altre persone – è che non esiste un manuale di istruzioni da imparare a memoria in due o tre lezioni, che si riveli poi valido ed efficace per ogni persona e per ogni cavallo a cui viene applicato.
Esistono princìpi fondamentali, esistono chiare responsabilità, è indispensabile un discreto bagaglio di cultura equestre, di etologia, di biologia, esiste un linguaggio di cui viene insegnata la grammatica, ma non esistono dogmi, non esistono verità assolute, non esistono schemi da seguire, o guru da imitare a testa bassa e cervello spento.
Questo mi piace, perché lascia spazio e libertà ad ogni singolo individuo, umano od equino che sia, e perché insegna a non dare niente per scontato, a mettersi spesso in discussione, e a farsi sempre e comunque un sacco di domande.
Tutto questo preambolo per giustificare in qualche modo quello che segue. Perché a un certo punto del mio percorso da apprendista istruttore, questa domanda ha iniziato a ronzarmi in testa con sempre più insistenza:
io so davvero mettermi nei panni di un cavallo, so davvero pensare come lui, so davvero capirlo e fare ciò che è giusto, lasciando da parte il mio ego?
La risposta, ebbene si, è stata: NO
Perché è stramaledettamente facile, soprattutto per un principiante inesperto, lasciarsi ammaliare dal messaggio di gentilezza, rispetto e naturalità che passa.
E’ stramaledettamente semplice, e quasi impercettibile, scivolare poi nella presuntuosa convinzione di essere nell’unico giusto possibile, in contrapposizione a tutto il resto fatto finora.


L’horsemanship, nelle mani inesperte o nelle mani sbagliate, rischia di diventare soltanto un bel vestito da indossare, ma che può nascondere sotto il velo anche brutture, errori, ignoranza, ingiustizia, e tanta presunzione.
Ma parliamo di me, visto che parliamo di ego.
Guardatemi! Dice il mio ego, guardate quanto sono brava: la mia cavalla era ingestibile e pericolosa ed ora è diventata buona come un agnellino!
Guardatemi! Dice il mio ego, guardate quanto sono buona: non uso speroni, frustino, imboccatura, e faccio le stesse discipline che fate voi, ma senza tutti i vostri inutili orpelli!
Guardatemi! Dice, guardate quanto sono generosa: dono alla mia cavalla una vita che somiglia il più possibile alla sua vera natura di animale libero e gregario.
Guardate quanto sono abile: basta un cenno per farle fare tutto quello che voglio.
Io, voi, punto.
E il cavallo?
Quando entra in gioco l’ego, il cavallo torna ad essere ciò che è sempre stato per l’uomo: soltanto uno strumento, un’entità vuota al nostro servizio, un palcoscenico su cui esibire la parte di noi che crediamo migliore.
Tornando a me: osservandomi, ho scoperto che l’ego mi porta via dalla relazione, dall’ascolto, dalla coerenza, dalla giustizia (nel senso di fare ciò che è giusto). Quando qualcuno mi guarda, l’ego mi fa gongolare se la cavalla esegue bene la richiesta, mi fa imporre un altro giro di galoppo anche se sarebbe il momento di dare comodità, mi porta via dal momento presente, a cercare sguardi di approvazione, che paradossalmente mi gratificano anche quando sono ostili, nella presunzione di essere colei che con il suo bell’esempio smuoverà le coscienze.
Ora, sorvolando sul fatto che per essere davvero un buon esempio avrei ancora oceani di cose da imparare e montagne di difetti da correggere, so benissimo che dovrei fare le mie cose fregandomene degli altri, ma il cavallo purtroppo è così: ha la capacità di riempire in fretta molti dei vuoti che ci abitano, e farci sentire meravigliosamente bene.
E qui iniziano tante altre domande.
Un soggetto ego-centrato che fine farebbe in un vero branco di cavalli, in cui il bene comune corrisponde e partecipa al bene di ogni singolo elemento e viceversa? In cui chi non dona tutto sé stesso per quel bene comune viene allontanato ed escluso? Che fine faremmo noi, e i nostri obiettivi ego-riferiti?
Quando siamo nel nostro piccolo branco di due elementi qual è il bene comune da raggiungere che giustifica la relazione e che fa partecipare entrambi volenterosi, fiduciosi e non costretti? Cosa succede invece quando le nostre necessità annullano quel NOI che dovrebbe prevalere in una vera ed equilibrata relazione con il nostro cavallo? Quand’è che superiamo quel limite sottile tra l’essere INSIEME ognuno in ascolto dell’altro, e l’essere IO capo TU servo?
Un umano che impone attività inutili o tediose, che non aggiungono esperienze positive ma che unicamente sfiancano e indispongono l’animale, che compagno è? E’ davvero un leader solo chi fa spostare l’altro? Chi chiede senza mai dare? Chi punta all’obbiettivo senza preoccuparsi del percorso? O è un leader chi condivide esperienze positive e fa progredire il binomio in modo interessante e costruttivo, rispettando tempi e attitudini di ognuno?
Credo sia davvero difficile liberarsi dall’ego. Difficilissimo pensare come un cavallo, mettersi nei suoi panni, agire come NOI, come parte di un organismo unico che mira al benessere di tutti, dimenticando orgoglio, pretese, risultati e bisogni personali.
Difficile smettere di essere quello che siamo sempre stati: IO che pretendo da te obbedienza e prestazioni, IO che su di te posso sfogare le mie frustrazioni, IO che attraverso te faccio vedere a tutti quanto sono capace, IO che usando te trovo il mio divertimento, IO che grazie a te dimentico per qualche ora la noia della mia vita, IO che sfruttando te ottengo onore, soldi, medaglie, riconoscimenti…
Senza dimenticare che grazie ai cavalli abbiamo anche vinto guerre, trasportato merci, lavorato terreni, guidato mandrie, tirato carrozze, portato messaggi, riempito pance… ora che è in declino lo sfruttamento “funzionale” è iniziato lo sfruttamento “emozionale”: ora il cavallo non ci serve più per “fare”, ci serve per “essere”.
Ma anche nel branco ogni cavallo serve, e ogni cavallo ha bisogno del suo branco, in uno scambio continuo e dinamico: per arrivare ai pascoli, per trovare l’acqua, per avvistare i pericoli, per sapere in quale direzione è meglio scappare, per giocare insieme e diventare forti e agili, per grattarsi a vicenda dove da soli non si arriva, per dormire tranquilli mentre qualcun altro vigila, per non essere soli e predati, per riprodursi, per proteggere ed educare i giovani, per scaldarsi quando fa freddo, per esplorare nuovi luoghi in tranquillità…
Ma se questi sono i bisogni dei cavalli, i cavalli hanno davvero bisogno di noi? Qual è la leva che li fa spostare verso di noi, e non via da noi?
Tanti a cui ho posto questa domanda mi rispondono elencando tutte le belle cose che gli comprano, dal box con maniglie d’ottone ai finimenti con gli strass luccicanti… altri argomentano senza esitare che fuori dai maneggi i cavalli sarebbero tutti morti ed estinti, dimenticandosi che siamo stati noi ad averli portati via dal loro ambiente naturale e riprogrammati geneticamente per adattarsi al mondo dell’uomo e non più alla natura… altri presuntuosi (e mi ci metto pure io) si prendono il merito di avergli ridato quella vita naturale che noi stessi gli abbiamo rubato qualche migliaio di anni fa addomesticandoli per il nostro tornaconto personale.
Tutti credono di aver già dato tutto ai cavalli e pretendono in cambio cieca obbedienza e gratitudine, quando forse l’unica cosa davvero giusta da fare sarebbe quella di abbassare lo sguardo al loro cospetto e chiedere immensamente perdono.
Quando siamo prede dell’ego siamo inutili alla relazione, sprechiamo tempo ed energie per cose che non servono a nulla, che non servono a creare o a rafforzare “NOI”, perdiamo contatto con il qui ed ora, siamo distratti da altro, vittime di preoccupazioni non attinenti alla realtà, traboccanti di aspettative, di pretese, di illusioni, e diventiamo assurdi, inefficaci, poco interessanti, probabilmente noiosi, spesso pericolosi.
Questa è l’immagine che mi restituisce il cavallo-specchio. La mia cavalla mi fa capire molto bene quando sto mostrando agli altri, quando faccio equitazione spettacolo, quando sono presa da cose che riguardano soltanto me, incurante di lei. Posso benissimo fregare gli umani e farmi ricoprire di lodi con qualche numero ben eseguito, ma non frego Galatea. Lei lo sente molto bene quando le mie cose interferiscono con noi: a volte sospira ed esegue, più spesso mi manda a cagare alla maniera equina, ma non si risparmia mai, come dovrebbe fare il migliore dei compagni di branco, di mettermi faccia a faccia con i miei errori, per il bene di entrambe.
Se quello che spero di ottenere è partecipazione volenterosa e non obbedienza passiva e risposte automatiche, se cerco ascolto, rispetto, comunicazione, fiducia, se desidero essere un valore aggiunto alla vita del mio cavallo e non una rottura di balle da evitare ad ogni costo, allora senza dubbio dovrò imparare ad essere un po’ meno IO, e un po’ più NOI.
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di Gloria Lanzoni

Le cose non sempre sono come sembrano

La famosa e così spesso travisata, frase di Riccardo III, nell’omonima opera teatrale di Shakespeare, ”…un cavallo, il mio regno per un cavallo…” non significa, a magnificare i cavalli, che per il Re il cavallo fosse più importante del suo bene più prezioso, il suo regno, ma che dopo essere stato disarcionato, temendo per la sua vita, desiderava oltre ogni cosa l’unico mezzo dell’epoca che gli permettesse di fuggire per salvarsi la vita.
Purtroppo troppo spesso mi capita di veder appunto travisato un altro concetto: il legame con il proprio cavallo.
Ultimamente ho avuto il privilegio di lavorare con molti cavalli e quindi anche con molti proprietari. Fortunatamente persone che, esperti o no di cavalli, per il bene e l’interesse reciproco nel binomio, hanno deciso, di porsi delle domande, o nell’intraprendere un percorso con il nuovo o vecchio amico cavallo o che arrivati a un punto di stallo nel rapporto hanno deciso di porsi domande rispetto ad alcuni sistemi di addestramento e comunicazione, per così dire “tradizionali” . Così ci siamo incontrati. MA questo mi ha fatto riflettere sull’altra faccia della medaglia. Ben venga chi si pone il problema del fatto che un cavallo non sia una moto … ad alcuni “potrà sembrare” che si assomiglino ma vi garantisco che così non è. Curioso quanto questa affermazione suoni banale e ridicola, in un mondo di cavalieri che dichiarano di “amare come figli” questi animali, ma curioso è ancor di più vedere in quanti, invece, li trattino e abbiano un approccio nei loro confronti esattamente come se fossero proprio una moto, un mezzo meccanico che risponde solo alle leggi della fisica.
Vediamo insieme di capire le differenze, con un po’ di sarcasmo.


Le due situazioni.
1. Domenica mattina. Apro il garage e con soddisfazione guardo il mio destriero di ferro, con ammirazione e soddisfazione, già ne assaporo il momento in cui lo cavalcherò dopo tutti i sacrifici fatti per comprarlo e mantenerlo, la vernice brilla al sole che filtra dalla saracinesca. E’ li ferma che mi aspetta tolgo il cavalletto. Spingo la moto fuori e la spolvero il più velocemente possibile per partire subito e arrampicarmi sulle 100 curve fino allo chalet del raduno per farmi ammirare sulla sua sella. Ripasso tutto quello che devo sapere per andare in moto sulla mia pista privata, la statale: gas a destra freno a sinistra, testa sulle spalle e vedrai che per pranzo sono già a casa sano e salvo. Al rientro, curva 20, mi accorgo che un ammortizzatore … eh accidenti non è perfetto, lunedì chiamerò subito il meccanico e lo farò sostituire, per il mio destriero di ferro questo e altro. Torno a casa apro la saracinesca del garage ci parcheggio la moto la copro con un telo, così domenica prossima perderò meno tempo a spolverarla prima di ripartire.
2. Domenica mattina. Apro il box/paddock e con soddisfazione guardo il mio destriero, con ammirazione e soddisfazione, ne assaporo il momento in cui lo cavalcherò dopo tutti i sacrifici fatti per comprarlo e mantenerlo, i sui occhi brillano, anche senza il sole, MA se non li guardo e non cerco di leggerli ho già perso una grande parte del piacere. MA il cavallo non è li fermo e non mi aspetta, forse sarà il caso di capire il perché, prima, di pensare alle 100 curve che avrò presto davanti a me. Sono sicuro che se entrando nel garage la moto vedendomi scappasse mi porrei delle domande. Quindi è giusto farsele…in entrambi i casi. Accompagno il cavallo fuori e lo striglio MA mi prendo il tempo necessario, a differenza della moto il momento del GROOMING mi svela moltissime informazioni: che tipo di giornata sarà, da terra o in sella che sia, l’umore del mio amico, dove mi potrò spingere oggi, e anche se per caso non ci siano anche eventuali problemi fisici o solo sensibilità particolari … oggi! Ripasso tutto quello che devo sapere, MA il gas non è a destra e il freno non è a sinistra. Lavorare nel ripasso di alcuni principi (che non significa assolutamente mettersi alla corda trotto e galoppo), INSIEME, prima di affrontare il lavoro che si è deciso di fare è utile per riaccendere i sistemi fisici e mentali di entrambi, per leggere insieme come reagiremo entrambi al lavoro quella mattina, se si è presentato un problema fisico o se manca, cercando di comprendere subito, perché e da parte di chi del binomio, quella connessione indispensabile per tornare a casa sani, salvi e appagati di quanto fatto, poiché a differenza della moto tutte le domeniche non sono … domeniche! Mi accorgo che una zampa non funziona come deve, beh qui non posso dire ci penserò domani verrà il veterinario e la sostituirà (che si traduce in chili di antidolorifico e la domenica dopo riparto come nulla fosse, tanto così facendo ho azzerato il dolore), ma mi farò le domande giuste per comprendere e gestire al meglio la causa nel rispetto dei dovuti tempi di recupero, poiché sicuramente investire correttamente il tempo darà, nel tempo, i giusti frutti. Arrivo a casa apro il box/paddock MA aspetto di accertarmi che il cavallo non abbia bisogno di qualche attenzione in più, una strigliata una pulizia/disinfezione dei piedi, una lavata, un istante di relax insieme brucando dove dal box/paddock proprio non può arrivare da solo.
E’ lunedì mattina e sono sano, salvo … molto appagato direi addirittura soddisfatto e domenica, il cavallo mi aspetterà e uscirà INSIEME a me dal suo box/paddock.
Convivere con un cavallo, senza entrare ora nel merito del fine che si vuole raggiungere con lui (questo merita un altro capitolo…), significa entrare in un mondo diverso dal nostro, i cavalli sono senzienti, hanno carattere e sono volubili quanto noi: nello spirito, al dolore, alla felicità, al bisogno di rapporti sociali e alla qualità di questi rapporti, al cambiamento del tempo, al clima e all’ambiente in cui si vive quotidianamente, all’alimentazione. Siamo divisi da milioni di anni di evoluzione ma ci siamo incontrati in un momento della storia a condividere la stessa vita, gli stessi spazi, prima per necessità (nostra), ora per piacere (nostro). Facciamo sì che il penetrare coscientemente il loro mondo sia fatto con un approccio tale da non diventare uno stupro di ciò che si esplora.
Io ho scoperto di poter condividere questo loro complesso e così diverso mondo grazie all’ Horsemanship, capendo, con pazienza ed umiltà, MA comunque sempre cosciente dei compromessi a cui bisogna sottostare, come il sottile limite che ci divide in questi due mondi sia però assolutamente percorribile e ricco di soddisfazioni, trovando un equilibrio che consenta a me e al cavallo di comunicare reciprocamente. Il cavallo si esprime e comunica, non è un essere silenzioso “come possa sembrare”, gli anni di evoluzione insieme hanno aperto anche questo canale di comunicazione di cui si deve comunque occupare dal momento che decidiamo che debbano convivere nei nostri angusti spazi.

Se volessi fare le impennate o partire sgommando o frenare con lunghe strisciate allora SI, vi consiglio io, prima di tutti (da motociclista), di comprare una moto. Sarà un ottima scelta davvero non ve ne pentirete e vi garantisco che si troverà d’accordo con me anche qualunque cavallo.
Un grazie agli amici della Puglia.

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di Simone Salomoni

“I cavalli hanno davvero bisogno di noi?”

Oggi niente domande, oggi provo a rispondere.
Sarà che la mia cavalla è una “material horse” (parafrasando con una vecchia canzoncina l’analisi del veterinario omeopata Alessandro Battigelli) quindi tesa verso poche – pochissime – cose essenziali: sicurezza, cibo, far niente. Non è una giocherellona, non è una coccolona, non è una gregaria, non è un sangue caldo a cui piace muovere i piedi, è curiosa finchè la curiosità serve a scovare sacchi di mangime o a comprendere una situazione nuova prima di faticare in una inutile fuga, il resto è masticare, pisolare, difendere casa. Fine della traccia.
Sarà che quando entro in campo, a volte ho la “vaga” sensazione che lei desideri fortemente essere altrove a fare qualcos’altro con qualcun’altro.
Sarà che non voglio sempre e solo fare leva sui suoi bisogni per farle eseguire gli esercizi (si chiama condizionamento operante), che spiegato in parole poverissime è così: se esegui ti metto comoda, se non esegui ti metto scomoda finchè non ti decidi ad eseguire (*).
Sarà che non voglio che mi veda soltanto come quella capace di aprire il cancello del prato (infatti sta già imparando a farlo da sola), come quella che riempie la rete di fieno e ogni tanto dispensa carote, come quella che “oh no, oggi barriere a terra… speriamo di finire presto così poi mi mette al prato”. 


… vista così, non sembra proprio una gran bella relazione, sembra piuttosto un sopportarsi a vicenda finché ognuna di noi fa comodo all’altra. Lei mi fa comodo perché mi fa sentire molto figa, io le faccio comodo perché posso andare alla coop a comprarle le carote.
Ma forse la vita degli animali è proprio (e soltanto) questa: adattarsi all’ambiente e sopravvivere nel modo migliore. Punto.
La vita di branco serve a questo, è la struttura sociale che ha meglio funzionato per garantire la sopravvivenza dei singoli e della specie.
Le strategie di ogni singolo cavallo, che siano risposte condizionate o reazioni istintive, che siano comportamenti frutto di osservazione ed elaborazione della situazione, che siano risposte adattative dell’organismo a condizioni di stress, servono anch’esse soltanto a questo: adattarsi all’ambiente e sopravvivere nel modo migliore.
Niente di romantico, lo so… niente cuori che battono all’unisono… niente sguardi di intesa, nessun cavallo che si inginocchia spontaneamente per farci salire sulla sua schiena. La natura non è tenera nè carina. E’ bellissima e spietata per tutti, e chi non si adatta, muore. (anche chi si adatta muore, ma ci mette più tempo e nel frattempo riesce a riprodursi e a far sopravvivere la specie).
Adesso, solo adesso, inizio a capire le parole di Monica, quando ci spiegava che uno dei nostri compiti più importanti è quello di insegnare al nostro cavallo a vivere nel mondo degli umani.
Nella loro “memoria di specie” non ci sono box, paddock, capezze, imboccature, selle, trattori, strade, biciclette, ombrelli, trailer, recinti, rumori, esseri umani, cani, gatti, secchi, carriole, lavoro in piano, gare, luci artificali, carrot stick, corridoi, scope… la loro storia è fatta di libertà, di vita in branco, di giochi, combattimenti, fughe, corteggiamenti, vita nomade per chilometri in cerca di acqua e cibo…
Nel loro dna non c’è “come ci si comporta in una scuderia”, “come ci si relaziona con gli esseri umani”, “come risolvere un problema restando calmi senza fuggire”, “come usare il corpo in questo luogo pieno di oggetti, senza farsi male”, “come reagire serenamente alle situazioni del mondo umano”… eccetera, eccetera, eccetera.
Li abbiamo fatti nascere e crescere qui, ma per milioni di anni il loro corpo, il loro istinto e i loro comportamenti si sono sviluppati per sopravvivere in ben altre situazioni. Siamo noi ad aver costruito l’ambiente artificiale in cui vivono ora, e siamo noi ad avere la responsabilità di educarli e di insegnargli ad adattarsi e sopravvivere in questo ambiente nel modo migliore.
Li abbiamo portati nel nostro mondo, ora spieghiamogli come funziona, rendiamoli capaci. In questo siamo utili! Conosciamo molto bene l’argomento, questo è il nostro valore aggiunto alla loro vita! Possiamo dargli gli strumenti per affrontare ogni situazione senza mettere a rischio la loro incolumità (e la nostra), possiamo insegnarli a mantenere la calma, a fidarsi della nostra esperienza, a contare sul nostro aiuto nei momenti di difficoltà, possiamo fargli conoscere quante più cose e situazioni possibili, in modo da arricchire il loro bagaglio di esperienze e metterli in grado di affrontare e risolvere problemi. Possiamo prenderci cura del loro fisico, mantenendoli in buona salute nonostante la vita in cattività: igiene, alimentazione, pareggio, esercizio fisico, cure… anche queste cose sono nostra responsabilità, e tutte le decisioni che prendiamo in merito possono davvero rendere migliore la loro sopravvivenza nella realtà “innaturale” in cui si trovano. Questo ci rende utili ed interessanti.
Certo è che se tutti i giorni mettiamo il cavallo mezz’ora in tondino per muoverlo e poi un’ora in campo ad eseguire ordini come un burattino alienato, allora ha tutte le sante ragioni del mondo per detestarci e cercare una via di fuga lontano da noi. Sono la prima a dire che questa roba non serve. Ma se il nostro lavoro insieme è per l’equilibrio, il benessere, l’arricchimento del bagaglio esperienziale, la creazione di un rapporto di fiducia e rispetto… allora credo che possa andare bene, credo che possa essere una buona risposta a una bella domanda. Anche se loro non lo sanno, anche se ogni tanto ci guardano un po’ storto e sbuffano quando c’è da lavorare insieme.
E l’horsemanship?
L’horsemanship li accompagna nel mondo degli umani rendendoli fiduciosi, calmi, attenti ma non allarmati. Sicuri. Collaborativi. Equilibrati.
L’horsemanship sviluppa la prestazione comportamentale prima di quella atletica. Educa cavalli bravi. Valorizza l’individualità e le capacità di ognuno. Rispetta i tempi di apprendimento senza forzature. Comunica e chiede senza violenza e senza coercizione, per non generare diffidenza, nervosismo e paura.
Siamo buffi, noi dell’horsemanship, perchè giochiamo con i nostri cavalli, passiamo un sacco di tempo a terra accanto a loro, piuttosto che in sella, ma i nostri giochi servono a fargli conoscere le cose del mondo, servono a fargli capire come interagire in sicurezza e come comunicare in libertà, servono a sviluppare la calma, l’autocontrollo, lo spirito di osservazione, la collaborazione, servono a creare quella fiducia così fondamentale nel momento del bisogno; giochiamo con loro per diventare più forti, più abili, più rapidi, per capirci al volo, per stabilire regole e linguaggio, per non avere paura uno dell’altro, per conoscere i nostri limiti, e magari fare qualcosa per migliorare. Forse non è sempre divertente (ma anche ‘into the wild’ in un branco selvatico non è sempre tutto lazzo e sollazzo, anzi…) ma se serve ad adattarsi all’ambiente e sopravvivere nel modo migliore, se serve a restare sempre tranquilli e sereni, a muoversi nel modo giusto in un momento di difficoltà, a saper affrontare una cosa nuova mantenendo la calma, senza farsi male o fuggire, allora serve.
E allora forse si, almeno in questo, i cavalli hanno bisogno di noi.

(*) Che poi mi chiedo: fino a che punto siamo noi a condizionare loro, e non viceversa? Io la metto scomoda per ottenere un suo comportamento (muoversi in un certo modo), lei esegue bene per ottenere un mio comportamento (interrompere la richiesta e lasciarla in pace). Chi sposta chi, per davvero? Ma questo sarebbe un altro lunghissimo discorso, e oggi ho detto niente domande…

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di Gloria Lanzoni

“…eppure qualcosa ancora mi sfugge”

WP_20160418_002Vedo tante persone intorno ai cavalli, vedo miriadi di emozioni aleggiare intorno ai binomi, vedo i tanti “perchè” che ci portano nei maneggi, invece non capisco ancora “perchè” loro non si liberano di noi con una bella doppietta assestata bene… (forse che abbiano già imparato e comunicato a tutti che quella è la corsia preferenziale per il macello?).
Non sono mai stata molto romantica sulle questioni del mondo… non credo al destino, se non nella misura in cui credo che ogni cosa brutta che ci capita può demolirci o farci crescere, e che le cose belle servono a darci la spinta nei giorni peggiori. E non credo nemmeno che i cavalli siano capitati “per mano del destino” accanto a noi per uno scopo superiore, per insegnarci a vivere e per renderci belli, giusti e sprizzanti gioia.
Invece sono certa che nessuno insegna per davvero, se dall’altra parte non c’è qualcuno che ha davvero voglia di imparare.
E sono anche certa che i cavalli non tirano fuori il meglio di noi (se fosse vero l’umanità non sarebbe arrivata al punto in cui si trova ora…) ma tirano fuori semplicemente NOI, nel bene e nel male, liberandoci dalle maschere che ci nascondono.
E se è vero che nel profondo dei loro occhi c’è ancora la dignità di un animale che non ha mai tradito sè stesso pur mettendosi al nostro servizio, nel profondo dei nostri occhi, che cosa c’è?
Siamo in grado di vederlo, e di reggere lo sguardo?


Dentro al tondino non valgono più le regole della società “civile” della parte benestante del mondo, quelle regole che ci fanno carini, gentili, beneducati, tranquilli, inquadrati, ordinati, regolari, a volte rassegnati, spesso profondamente infelici, ma comunque protetti e sicuri.
Dentro al tondino queste cose crollano come castelli di carte, tutte le convinzioni e le sicurezze che ci fanno camminare a testa alta per la strada, qui si sciolgono come neve al sole, rivelando la bestia nascosta dietro l’uomo, la vera creatura che abbiamo nell’anima, il piccolo gollum che alberga in ognuno di noi.
Ma non sto parlando del predatore che tutti i cavalli temono. Noi non siamo predatori. Spogliamoci un attimo dei vesititi e degli attrezzi, facciamo finta di entrarci nudi, in quel tondino, come è nudo il nostro cavallo davanti a noi.
Abbiamo artigli per afferrare? Abbiamo denti per sbranare? Abbiamo forza sufficiente per uccidere, coraggio per farlo e brama di carne di cavallo cruda, ancora tiepida di vita e grondante sangue?
Ma per piacere…
Noi non siamo giaguari, non ne abbiamo la nobiltà né tantomeno la bellezza. Noi siamo scimmie ammaestrate, che della scimmia selvatica hanno mantenuto l’insolenza e la maleducazione.
I cavalli ci guardano con sospetto perchè siamo arroganti e ignoranti, perchè vogliamo fare prima di saper fare, perchè pensiamo che ci sia tutto dovuto – persino il rispetto e la fiducia – solo perché apriamo un portafoglio ed estraiamo una banconota.
Non siamo predatori, ma ci comportiamo come loro, anzi peggio: vogliamo e prendiamo anche quello che non ci spetta, senza rispetto e senza umiltà.
Siamo mal-educati, siamo mal-informati e – cosa ancora peggiore – non abbiamo nessuna voglia di migliorare, e spesso non siamo neanche lontanamente consapevoli di avere nelle nostre mani il potere di farlo. L’addestramento civile della scimmia-uomo ci vuole zitti, accondiscendenti e privi della capacità di ragionare.
Ma torniamo nel nostro tondino: da una parte il nostro cavallo, che non ha mai smesso di essere se stesso, per quanto ammansito ed addestrato, e dall’altra parte noi, che invece non siamo mai stati capaci di essere noi stessi, sepolti sotto alle croste della società in cui siamo nati e vissuti. Siamo più lontani noi dalla nostra vera natura di animali di quanto lo sia mai stato il più violentato e imbrigliato dei cavalli.
E credo proprio che sia quella nostra natura nascosta e soffocata che riemerge, quando siamo con lui. Forse la nostra anima? Ma senza più protezioni, senza maschere, senza bugie, senza imbellettamenti.
E spesso è un’anima spaventata, sola, inconsapevole della propria natura animale e selvaggia, piena di forza, ma incapace di usarla. Piena di istinto, di intuito, di retaggi di vita selvatica nei boschi e nelle praterie, ma priva di memoria.
Questa anima animale non sa come fare, e allora si agita, si spaventa, si arrabbia, fugge, attacca, usa la forza per non sembrare fragile, non è capace di sentire, di ascoltare, di capire, di stare nella realtà in modo semplice e puro, a riscaldarsi le ossa al sole dimenticandosi del tempo, dimenticandosi che la cosa più importante è vivere ora.
E noi, bellini e ordinati, non sappiamo come gestire questa creatura che ci si agita dentro, e che non ricordiamo più di essere stati.
Da piccola mi sembrava di avere un drago nello stomaco (strano come i ricordi arrivino all’improvviso pensando ad altre cose… ) un drago che si contorceva e sputava fuoco ogni volta che il mio istinto di giovane anima veniva fermato, criticato, stroncato.
Quel drago adesso rigurgita solo fumo, e di fronte alla mia cavalla se la fa sotto dalla paura, perchè ha dimenticato come si fa ad essere animale tra animali, ha dimenticato come si osserva, come si ascolta, come si sorride alla vita che pulsa di meraviglia.
Il cavallo fa luce nella stanza buia. Nella stanza buia c’è una creatura scorticata che ha perso ogni legame con la verità. Il cavallo parla con lei e le dà voce, attraverso i nostri strati di apparenza.
Ma siamo noi, SIAMO NOI a decidere cosa farne di lei. Siamo noi a decidere se volerla ascoltare oppure no, se accettarla o rinnegarla, se chiuderla a chiave dentro alla stanza buia o tenerla bene in vista tra le mani.
L’insegnante-cavallo ci mostra il sentiero, ma tocca solo a noi percorrerlo. Tocca a noi la decisione, il primo passo o la fuga altrove.
Non è il cavallo a renderci migliori. Se fosse così non avremmo mai distrutto, saccheggiato, depredato, conquistato e ucciso in sella ad un cavallo.
E conosco molti “superbi cavalieri” tecnicamente perfetti ma umanamente vergognosi. Chissà cosa hanno visto loro, nella loro stanzetta oscura… ma soprattutto, chissà cosa hanno deciso di fare dopo aver visto…
La mia anima ha paura, io grazie ai cavalli ho scoperto di essere una gran fifona, di pensare spesso al peggio, di non saper dare sicurezza, di avere mille dubbi e fragilità. Come potevo reagire? Potevo darci su, per non dover prendere atto dei miei limiti. Potevo fingere di essere forte, illudendomi di avere il controllo usando strumenti e intimidazione. Potevo dare la colpa al “cavallo cattivo”, provarne altri cento senza risolvere nulla e alla fine aprire una bella macelleria equina.
E invece ho deciso di prendere per mano la mia anima storpia e ho deciso di farla guarire, ho deciso di allenare il muscolo mai usato del coraggio e della fiducia, ho deciso di mettere in dubbio tutto quello che mi è sempre stato venduto come indiscutibile verità, e soprattutto ho deciso di non far pagare ai cavalli le colpe che non hanno.
Forse i cavalli non ci ammazzano a suon di doppiette perché vedono che in fondo siamo soltanto delle buffe scimmie un po’ perse, e che quando facciamo male a loro in realtà stiamo facendo ancora più male a noi stessi. Forse prima o poi ce ne renderemo conto e inizieremo a prendere decisioni migliori. Forse ci stancheremo di essere sempre in guerra, soprattutto con noi stessi, e impareremo a lasciar andare le cose, a lasciar scorrere la vita, a tornare ad essere animali tra animali nell’equilibro della natura, e a muoverci insieme a lei e non contro di lei.
Ma questo suona un po’ troppo romantico…
Forse semplicemente – come ho sentito dire da certi superbi cavalieri – i cavalli sono bestie stupide, e c’è chi gli stupidi li tratta male e chi invece li tratta con benevolenza come si fa coi matti. 
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di Gloria Lanzoni

“Fermezza”

Articolo Gloria Fermezza1.jpg-400Fermezza [fer-méz-za] s.f.
Saldezza di princìpi, risolutezza e coerenza di comportamento; coraggio, determinazione.

Durezza [du-réz-za] s.f.
Rigidezza, inflessibilità, severità del carattere e del comportamento; asprezza di modi.

Accondiscendenza  [ac-con-di-scen-dén-za] s.f.
Arrendevolezza, remissività, docilità, bonarietà; l’essere incline a consentire agli altrui desideri.

Oggi ho visto la mia cavalla mossa alla corda da una persona che ci sa davvero fare.
Niente horsemanship, niente Pat o Monty o Buck, niente sussurri, ma anche niente intimidazioni: solo tanti anni di mestiere e una frusta non molto diversa dal “nostro” stick, tenuta attiva in zona 5 (dietro al sedere, per intenderci tutti) ma senza mai toccare o schioccare.
Niente di diverso da quello che faccio io di solito: invio sul cerchio, buon linguaggio del corpo, richiesta di andatura, stick pronto a spingere se c’è bisogno.
Ma oggi, nelle mani esperte di questa persona, ho visto quanto la mia cavalla sa davvero fare. L’ho vista attiva, vivace, piena di impulso, l’ho vista aprire le spalle e allungare le falcate come non credevo fosse capace, l’ho vista galoppare usando bene la schiena senza più cadere sugli anteriori, l’ho vista trottare sulle barriere decisa e leggera, come se volasse.
Ma la cosa più importante che ho visto, mentre guardavo lei muoversi come Dio comanda, è quanto possono essere enormi, su di loro, le conseguenze dei nostri errori.


E non parlo di errori tecnici nelle richieste o nei cosiddetti “aiuti”, parlo di errori di valutazione, parlo di pregiudizi e timori, del non saper vedere oltre le proprie convinzioni, del fatto che per ignoranza e/o per incompetenza, anche se armati delle migliori intenzioni, non riusciamo a comprendere a fondo l’animale che sta insieme a noi dentro al tondino, o sotto il nostro fondoschiena.
E’ una murgese: zampe grosse, passo corto, testa dura e poca voglia.
Questo credevo, questo mi aspettavo da lei, questo le chiedevo e niente di più, e solo questo lei mi dava.
Oggi l’ho capito bene.
Perchè quando ho visto di cosa è capace davvero – mossa da chi ha saputo vedere e tirare fuori le sue capacità – ho scoperto che posso spingere le mie richieste oltre i limiti che io stessa le ho dato. E lei semplicemente fa, bella come il sole, come a dire: finalmente hai capito cosa so fare, finalmente credi nelle mie capacità, finalmente hai smesso di vedermi come una povera cavalla svogliata, zuccona e rigida, guarda  invece quanto sono splendida, se tu credi che io lo sia.
Quanti limiti nei nostri occhi, nel nostro cuore, nelle nostre azioni.
Lei l’ho presa che ero ancora principiante, le ho tolto ferri e imboccatura senza essere esperta di bitless e barefoot, ho avuto paura di sbagliare, paura di farle male, paura di chiederle troppo, paura di diventare troppo esigente, troppo dura, di darle noia, di scocciarla.
Sapete, no, come siamo fatte noi donne? La mia bella cavallona picci-picci bacio-bacio… così anziché educare, anziché insegnare la fiducia e il rispetto, diamo vizi e cattive abitudini. Siamo (troppo) accomodanti, (troppo) arrendevoli, (troppo) buone, (troppo) apprensive, (troppo) affettuose, (troppo) mammine con i nostri bambinoni a 4 zampe. E intanto la cavalla se la ride sotto i baffi mentre cerca altrove la sua sicurezza… con la spiacevole conseguenza che poi nei momenti critici decide lei cosa si fa e dove si va, considerandomi né più né meno di uno zainetto ingombrante sulla schiena (che ogni tanto tenta di levarsi di dosso).
Articolo Gloria Fermezza3Esageravo in bontà, sforando poi nella eccessiva durezza quando non ottenevo le risposte giuste. Quante volte mi sono trovata a pensare “ma come, io sono così buona con te, e tu ti comporti così?” lasciando spazio allo sconforto, alla rabbia, alla confusione. Ero la fonte dei suoi problemi, la benzina sul fuoco, la vittima del suo carattere forte e la carnefice della nostra relazione. Ero incoerente e ingiusta, dr Jekill e mr. Hide: prima buona e dolce, poi all’improvviso rabbiosa e sgarbata. Con l’unico risultato di perdere la sua fiducia.
E invece – come spesso accade – la cosa giusta sta nel mezzo: fermezza, saldezza di princìpi, risolutezza e coerenza di comportamento; coraggio, determinazione, senza sfociare nella durezza, o scivolare nell’accondiscendenza.
Ed è misterioso, e anche bello, che alcune risposte arrivino proprio quando non sto chiedendo nulla, da una persona da cui mai e poi mai mi sarei aspettata una lezione di questo tipo, in un momento in cui proprio non pensavo di avere qualcosa di così importante da capire.
E invece…
E invece si ricomincia di nuovo, con in tasca questo nuovo pezzetto di consapevolezza in più.
Spero che la mia cavalla abbia la pazienza di sopportarmi ancora un po’ … ma se conosco almeno un pochino i cavalli, credo proprio che ce l’avrà…
Ora so che lei non ha bisogno dei miei baci sul muso, di sicuro non ha bisogno della mia compassione e tantomeno della mia rabbia e della mia confusione. Non ha bisogno dei miei dubbi su di lei. Lei ha bisogno del mio coraggio, della mia fiducia, ha bisogno di chiarezza, di coerenza, ha bisogno che io sappia bene cosa voglio fare e come voglio farlo, quando mi rivolgo a lei. 
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di Gloria Lanzoni

“Le praterie dell’ Horsemanship”

Articolo Simone UmaMi è stato chiesto di raccontare una storia, ed eccomi qui a provarci. La doma è avvenuta in Argentina, non so dove sinceramente, la geografia per me non è importante, poi il viaggio, è stato interminabile, stipata in una nave per circa tre mesi.
Destinazione un maneggio in Lombardia. Il caratteraccio, che sfiderei chiunque di voi a non avere e la scarsa fiducia verso l’uomo non erano innate ma sono state insegnate, prima, durante e dopo il viaggio. L’arrivo in Italia e l’inizio dei corsi per neofiti in Lombardia. Ma nulla funziona, manca la fiducia ma abbonda la rabbia, ancora e ancora per le costrizioni imposte dall’uomo, si crea sempre più nostalgia per quelle praterie dove la vita è iniziata e dove “gli altri” erano….cavalli e parlavano una lingua comprensibile, ma anche dove tutto è finito legata a un palo e impastoiata tanto forte da averne ancora le cicatrici, fuori, sulla pelle per sempre senza peli dove tutti gli umani possano vedere e vergognarsene, ma soprattutto dentro, dove pochi umani hanno il coraggio di guardare e di chiederne scusa. Il solo concedere i piedi, in seguito al tipo di doma violenta richiedeva la sedazione, avere un rapporto con gli umani impossibile…qui “gli altri” erano persone, che parlavano un altro linguaggio e che si disinteressavano del fatto che la straniera appena arrivata lo capisse.


L’incontro con Valentina che coglie un piccolo segnale nell’atteggiamento, forse nello sguardo, una richiesta di aiuto fino ad allora urlata ma da nessuno udita, come spesso accade. Decide di ascoltare quella flebile richiesta, urlata così forte, di comprensione e non di compassione, la fierezza nessuno è ancora riuscito a stroncarla.
L’arrivo al Casalino e l’incontro con esseri viventi, strani, camminano su due gambe ma tra una parola e l’altra si capisce il senso di cosa stiano dicendo, ma la fiducia quella no, non si può proprio concedere; in paddock l’essere un cavallo di quelle praterie riemerge, si esprime, si realizza, ma fuori da quella piccola prateria…la capezza assomiglia ancora troppo alle corde legate a quel palo usate per la doma, da non potersi fidare di chi prova a infilarla al collo, il corpo trema di paura sotto la sella, i piedi sono un tutt’uno con la terra… nessuno potrà averne il controllo, così è deciso.
Per Valentina è ora di provare a cambiare, ancora, e così iniziano i corsi con quell’essere strano senza un minimo di esperienza senza che abbia la conoscenza delle regole di questo fine gioco. E’ ora di uscire dal paddock, presto si impara che bisogna arrivare prima degli altri per fare i corsi insieme, i tempi sono dilatati per fare ciò che si crede scontato, tutto è complicato , il paddock è grande è in salita e due gambe corrono più lente di quattro. Ogni tanto ci si ferma e ci si guarda come per capire dallo sguardo chi sarà a rassegnarsi prima.
Molti sorridono quando ci vedono lavorare insieme, pomeriggi e pomeriggi, di mesi e mesi, passati solo per insegnargli a pulire i piedi, le gambe o sono un tutt’uno col terreno o sono farfalle che volano senza un disegno preciso nell’aria.
Articolo Simone2Beh in maneggio si replica, l’opposizione alle richieste è la regola…il mantenimento della direzione? una lotta. Il rispetto dell’andatura? un utopia. Accettare le pressioni una battaglia senza quartiere…i sospiri si sprecano come se non avessero un costo, invece ce l’hanno eccome.
Ma è strano, è nuovo, è diverso e mi stupisce, tutto questo viene fatto nel rispetto reciproco nonostante i sentimenti siano contrastanti ? la paura, il bisogno di sicurezza, il bisogno di parlare lo stesso linguaggio il chiedersi perché fidarsi l’un l’altro, non era mai stato così prima.
Monica e Valentina iniziano ad approfondire questa cosa, che chiamano Horsemanship, e i linguaggi si fanno sempre più chiari, ci si capisce…di più, ci si spiega…di più, sento che la “S”fiducia inizia a perdere i suoi appigli e lascia campo al desiderio di una maggiore serenità, un desiderio che è troppo forte per non essere ascoltato. Forse il rancore verso gli uomini cede quando si realizza di potersi parlare, così da potersi chiedere scusa e forse, chissà, un giorno perdonarsi.
Il cammino è iniziato verso altre e diverse “praterie”, ora si tratta solo di crederci di non arrendersi…mai, lo sconforto, la confusione, la fatica, i dubbi, la chimera di una strada più facile, più semplice ti mordono le caviglie come la pastoia, ma se resisti quell’attimo, allora…capisci perché ne è valsa la pena.
E oggi ? …è il 16 ottobre 2016 al maneggio c’è una giornata aperta a tutti per capire insieme come si possa imparare un linguaggio, indispensabile, per condividere un qualunque rapporto, anche quello tra uomini e cavalli. Chiasso e confusione, cavalli vengono e vanno persone parlano e camminano ovunque, facce vecchie e facce nuove, curiose, osservano. E’ pomeriggio e Monica mi chiede di andare in campo ma in libertà, senza capezza, senza lunghina…senza costrizioni esterne ma solo con quel legame che o c’è o non c’è, vuole fare una dimostrazione per gli ospiti di cosa significhi il lavoro fatto e gli obbiettivi che si possono raggiungere proprio con quel lavoro.
Articolo Simone1E chi se lo sarebbe mai aspettato all’inizio di questo viaggio? Proprio io?
Sta arrivando, così risalgo dal paddock, entro in capannina prendo, io, la capezza e nel prato vicino al maneggio ci si pulisce i piedi con la lunghina appoggiata sulla schiena mentre si mangia l’erba…ora funziona così. Entro in maneggio, la capezza si slaccia e ora lo sguardo è l’unico legame che resta. Gli occhi di tutti gli spettatori sono lì a guardare per decidere che significato dare a ciò che vedranno, devo decidere se mostrare ciò che è stato oppure se cambiare marcia e mostrare ciò che invece può essere, ora nessuno può costringermi…si inizia! Le richieste iniziano e decido che quell’essere che cammina insieme a me un po’ rigidamente un po’ con preoccupazione va salvato e così a testa bassa cammino e corro e insieme faccio gli esercizi che man mano mi si presentano. Poi tutto finisce come iniziato con un abbraccio e tante carezze. Questa è semplicemente la mia storia, io sono Huma, una cavalla argentina dun, che cammina sempre a orecchie indietro e quell’essere strano, che quel giorno finito il lavoro davanti a tutti ha bagnato con qualche lacrima la mia criniera mentre mi ringraziava per quanto avevo fatto per lui e per quanto gli avevo insegnato, non quel giorno ma in tutto il nostro viaggio, è Simone. E ora? il viaggio continua…
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di Simone Salomoni

“Scuola Italiana di Horsemanship” e “Scuola Italiana di Horseman”

chi-siamo-21-monica-dovaraE’ doveroso a questo punto fornire, a tutti coloro che seguono l’horsemanship, dei chiarimenti circa le due scuole citate nel titolo, che apparentemente si differenziano solo per il suffisso “ship” nel vocabolo “horseman”, ma che in realtà sono enormemente diverse per filosofia e struttura. Qualche cenno storico prima di esaminare le ben più profonde diversità. Alcuni anni fa Valentina Bonera e Marco Vignali costituirono la “Scuola Italiana di Horsemanship”, con l’intento di promuovere un approccio etologico con il cavallo, che si allargò, dopo poco, con l’ingresso di due nuovi istruttori: Monica Dovara e Luciano Pusceddu. Nonostante l’impegno, la collaborazione non ebbe successo per divergenze di vedute circa alcuni principi fondamentali, Marco Vignali ne uscì portando con se Luciano Pusceddu e fondando, poco dopo, una nuova scuola denominandola, con poco buon gusto, “Scuola Italiana di Horseman”; mentre Valentina Bonera e Monica Dovara decisero di continuare mantenendo nome e logo dell’originaria “Scuola Italiana di Horsemanship”.
Causa la similitudine della denominazione, sempre più persone identificano erroneamente le due scuole che, ripeto, di simile hanno solo l’appellativo!


Gli stessi valori che accomunano Valentina e Monica hanno portato alla stesura di una nuova didattica basata su principi e tecniche ispirate ad un concetto di rispetto e conoscenza del cavallo molto profondi, il cui obbiettivo è fare cultura equestre e rendere il tempo trascorso insieme ai cavalli motivo di studio e crescita personale per trarne un reciproco benessere. I livelli e le classi del nostro programma si sviluppano attaverso un percorso di relazione profonda che sgorga da un comunicazione sottile ed armoniosa tra due esseri viventi così diversi.
Principio fondamentale è che: se lavorando con il cavallo ci si trova nelle condizioni di dover esercitare eccessiva pressione, o creare in lui troppa tensione, o addirittura arrivare ad usare la forza per costringere i cavalli, è solo ed unicamente perché manca la conoscenza.
E’ dunque obbiettivo della scuola far conoscere, a chi ama i cavalli, come attraverso lo sviluppo di certe qualità che sono insite in ognuno di noi, si possa interagire con loro senza l’uso della violenza!
E’ quindi un percorso, oltre che di conoscenza dei cavalli, di lavoro intenso su noi stessi al fine di imparare a comunicare ed a relazionarci con loro in un modo che ci arricchisce sotto tutti i punti di vista.
Al giorno d’oggi nascono, come fossero funghi, docenti di horsemanship ed associazioni con siti Web stupendi ed accattivanti. Persone senza nessuna qualifica ed esperienza che fino a qualche anno prima svolgevano attività di tutt’ altro genere, che si improvvisano uomini di cavalli ed esperti conoscitori dopo solo qualche anno di sella.
Per chi entra nel mondo del cavallo, non è così facile, soprattutto all’inizio, distinguere competenza e professionalità da belle parole ed immagini ben costruite, ma con poca o nessuna sostanza. Quando ciò avviene, purtroppo spesso l’allievo abbandona il percorso iniziato perdendo in tal modo l’occasione di provare emozioni inimmaginabili.
Pertanto i nuovi istruttori che verranno formati dovranno seguire un lungo ed impegnativo iter, perché chi insegna, anche solo le basi del programma, deve avere una profonda conoscenza dei cavalli, della comunicazione tra uomo e animale, della pedagogia, ecc…; e questo bagaglio non è certo il risultato di qualche mese o qualche anno passato a contatto con questi stupendi animali.
Grandi horsemen del passato, arrivati in tarda età, hanno riconosciuto di aver da poco iniziato a conoscere veramente i cavalli!
Il nostro bbiettivo non è creare degli show-men dell’equitazione, ma degli Horsemen!
Non abbiamo in calendario decine e decine di corsi, scegliamo di dare rilievo alla qualità del lavoro svolto con gli allievi e i loro cavalli, dando valore ai rapporti umani che si vengono ad instaurare con degli obbiettivi comuni. Pensiamo che questo sia molto importante in un mondo dove tutto corre velocemente, dove il denaro è in testa alla classifica, dove non c’è più tempo per soffermarsi ad osservare un tramonto, ad ascoltare il proprio cavallo, a ritrovarsi.
Per concludere, la Scuola Italiana di Horsemanship nella persona di Valentina Bonera, che dal 1991 lavora con i cavalli al Red Rose Ranch di Pianoro sui colli bolognesi e Monica Dovara, istruttore F.I.S.E. di III° livello e docente F.I.S.E. residente a Cremona e da ormai quarant’anni nel mondo dei cavalli; vuole condividere una filosofia di approccio e di impiego del cavallo frutto di esperienze e conoscenze e grande passione, con chi si avvicina per la prima volta o con chi già monta ma cerca una relazione più profonda ed affascinante con questi meravigliosi amici a quattro zampe.
Nel 2015 /2016, nella sede della scuola a Pianoro, si svolgeranno delle giornate a tema: doma puledri, alimentazione e gestione del cavallo, corsi di horsemanship, corsi di assetto e di comunicazione attraverso l’imboccatura, corsi di barefoot, di ginnastica funzionale ed addestramento del cavallo, trekking, salto e tanto altro…
Venite a trovarci per vedere come lavoriamo!
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di Monica Dovara